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Hugh Hefner, gone but not forgotten - FOTO

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Lo scorso 27 settembre Hugh Hefner ci ha abbandonato. Siamo certi che tutti voi siate a conoscenza della notizia (per le capre immonde che non lo sapessero: Hefner era il padre di Playboy).

Ci siamo presi alcuni giorni per preparare il nostro personale saluto al Grande Uomo, nativo dell’Illinois. Il nostro non vuole essere né un necrologio, né un coccodrillo, piuttosto un ringraziamento ad una delle figure più importanti del costume (nel senso più lato possibile) mondiale del ventesimo secolo, il secolo breve.

«Hugh Hefner è stato uno dei pionieri della rivoluzione sessuale, e la storia gliene renderà merito. Inoltre ridefinì la mascolinità, mostrando uomini che non erano solo pronti alla guerra ma amavano la sartoria, la moda, la cucina, il sesso». Così la sociologa femminista statunitense Camille Paglia ha commentato il decesso di Hefner.

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Nato nel 1926 a Chicago Hefner durante la giovinezza servì l’esercito statunitense durante la seconda guerra mondiale. Dopo il conflitto bellico si laureò in psicologia. Nel 1953 con pochissimi soldi in tasca stampò il primo numero del mensile probabilmente più famoso al mondo, la creatura che lo rese celeberrimo in ogni angolo del pianeta: Playboy e, per iniziare col piede giusto, la ragazza in copertina era una certa Marilyn Monroe.

Da quel momento sarebbe stata un’escalation continua ed una ridda impressionante di celebri nomi (di corpi svestiti): Cynthia Maddoxx, Jane Mansfield, Barbara Streisand, Dolly Parton, Raquel Welch, Barbara Bach (Bond-girl e moglie di Ringo Starr), Kim Basinger, Nastassia Kinski, Goldie Hawn, Madonna, Kathleen Turner, Cindy Crawford, Erika Eleniak, Sharon Stone, Anna Nicole Smith, Drew Barrymore, Claudia Schiffer, Carmen Electra, Jaime Pressly, Teri Polo, Paris Hilton, Jessica Alba…Solo una microscopica parte delle donne immortalate sulle copertine del mensile.

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Ma pensare a Playboy semplicemente come una rivista che le ha fatte uscire a tantissime donne sarebbe oltremodo ingeneroso. Il mensile infatti confezionava in ogni numero interviste cult curatissime e molto approfondite (diventate nel tempo autentici classici) a personalità di spicco della vita politica e culturale del pianeta. Stanley Kubrick, Martin Luther King, Steve Jobs, John Lennon, Allen Ginsberg, Arthur Schlesinger, Bob Dylan, Fidel Castro, Federico Fellini, Gore Vidal, Ian Fleming, Jean-Paul Sartre, Malcolm X, Marcello Mastroianni, Muhammed Alì, Salvador Dalì, Sean Connery, Truman Capote, sono solo alcune delle eccellenze intervistate da Playboy, non a caso un articolo dello scorso 30 settembre del Washington Post è intitolato: “Playboy’s interviews were models of the art form”. Playboy era ed è, quindi, quantità (viste le liste di nomi qui sopra) e qualità. A riconferma di ciò il fatto che il primo direttore dell’edizione italiana era Oreste del Buono, intellettuale adamantino (e amico di Carmelo Bene ed Umberto Eco), capace di tradurre per il pubblico italiano Wilde, Proust e Gogol’ e poi di battibeccare simpaticamente con Peppino Prisco a riguardo del Milan e dell’Inter.

Ma Playboy, la creatura di Hefner, è sempre stato qualcosa di più che donne nude ed interviste storiche, in una sola parola: lifestyle. Ha scritto giustamente Giampiero Mughini su Libero nell’ottobre 2012 (articolo poi riproposto da Dagospia negli scorsi giorni): «C’è stato un tempo in cui mettevi una ragazza discinta a sfolgorare sulla copertina a rotocalco di un giornale che compravi in edicola, e tutto del nostro vivere e del nostro immaginare ne veniva cambiato e arroventato. Arroventato in meglio, nel senso di più libertà e più intelligenza e più fantasia erotica messe a disposizione di tanti […] Una filosofia e un’idea del vivere ancor più che un giornale. L’apologia delle belle ragazze discinte, ma non solo quella. Piuttosto la libertà di ognuno dire quanto erano belle e desiderabili quelle ragazze apparentemente spudorate, e com’era migliore la vita di noi tutti senza veti e recinti opposti all’immaginazione, e l’ammettere lealmente che era un gran cosa bere un buon whisky a fine serata o comprare una camicia che ti piaceva e che volevi esibire con amici e amiche, o ascoltare la tua musica preferita su un impianto stereo di qualità. Era un gran cazzotto in faccia all’idea che la vita dovesse essere rinuncia e sofferenza e che il bel vivere fosse robaccia di cui vergognarsi o da nascondere a tutti i costi».

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A conferma che Hefner fu un autentico paladino della libertà il suo impegno per l’istituzione dei matrimoni gay e le sue strenue lotte contro ogni tipo di censura. Fu anche molto attivo nella filantropia.

Sull’onda del successo della rivista il magnate Hefner aprì nel mondo i Playboy Club e si costruì la Playboy Mansion dove viveva con svariate conigliette e dove una volta invitò i Rolling Stones per un weekend. Per capire un filino la Mansion vi rimandiamo a “La coniglietta di casa”, pellicola non imprescindibile ma dove recitano Emma Stone e Kat Dennings, oltreché lo stesso Hefner.

La terza moglie del magnate, Crystal Harris (più giovane di lui di sessant’anni) non erediterà nulla della fortuna del marito a causa di accordi prematrimoniali. La fortuna di Hefner finirà quindi esclusivamente ai figli fra cui spicca Christie, nota benefattrice e, secondo Wikipedia, una delle donne più influenti del mondo (dati Forbes).

Nella gallery troverete alcune foto di Hugh, alcune copertine di Playboy (edizione Usa ed Italia) veramente stuzzicanti, una piccola parte delle copertine che la rivista dedicò a Pamela Anderson (una presenza assidua sulle cover del mensile), conigliette in visita alla truppe in Vietnam (Apocalypse now non ha inventato nulla) ed una massima di Hefner, un monito per tutti.

Ci sentivamo in dovere di omaggiare a modo nostro Hugh Hefner. Perché Hugh è sempre stato uno di noi.

Anzi: è stato il primo di tutti noi.
Addio Hugh, ti sia lieve la terra.

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