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Contro il #MuslimBan ma in difesa di Uber


In seguito alla firma dell’ordine esecutivo del neo eletto presidente Trump, le persone provenienti da sette paesi a maggioranza islamica hanno, di fatto, il divieto di entrare negli Stati Uniti per i prossimi quattro mesi.

#MuslimBan
#NoBanNoWall
#LoveTrumpsHate
#NeverAgain
#DeleteUber

Questi hashtag riassumono in pochi caratteri la reazione di centinaia di migliaia di persone, dentro e fuori Twitter, nella vita reale, nelle manifestazioni in solidarietà a coloro che sono rimasti bloccati nei paesi di origine o addirittura negli aeroporti, senza la possibilità di poter mettere piede in territorio americano.

#IDIOTI.

Concentriamo per un attimo la nostra attenzione sull’ultimo tweet della lista: #DeleteUber. Un primo utente lo ha twittato in risposta a Uber perché aveva percepito una mossa presumibilmente approfittatrice dell’azienda in risposta allo sciopero di taxi indetto dalla New York Taxi Workers Alliance; uno sciopero di un’ora, sospendendo i propri servizi da e per l’aeroporto JFK di New York, in segno di solidarietà per quello che stanno passando gli immigrati provenienti dai 7 paesi temporaneamente ‘blacklistati’ da Trump.

L’approccio di Uber, tuttavia, è stato diverso: l’azienda ha annunciato di voler rinunciare al solito ‘surge pricing (aka aumentare i prezzi delle corse quando c’è una richiesta molto alta). Le gggenti, il popolo del web e molti altri esseri umani hanno visto questa decisione come un voler velatamente e sudbolamente battere cassa sulla situazione di caos totale in cui stata versando l’aeroporto di JFK, facendo ‘concorrenza sleale’ (ipse dixit) alla categoria dei taxi che aveva deciso di fermarsi un’ora per esprimere il proprio disaccordo sul (discutibile) ordine esecutivo di Trump.

C’ENTRA QUALCOSA LA POLITICA?

E da qui è partita la valanga di merda mediatica liberal-democratica populista che ha preso di petto la politica aziendale di Uber, cambiandone i connotati e ‘vendendola’ come una scelta politica. Perché politica? Cosa c’entra Uber con le politiche di Trump? Vi avevamo parlato di come Trump avesse voluto Kalanick, CEO di Uber, (e con lui Elon Musk e molti altri BIG della Silicon Valley) nel suo Strategic and Policy Forum. La mossa di Uber è stata percepita come un volersi timidamente tirare fuori dalle conseguenze dello scempio creato dal #MuslimBan di Trump, e vista come una scelta politica ‘dovuta’ alla presenza di Kalanick al tavolo rotondo di Trump.

#deleteUber-uber-trump

Eppure la valanga liberal-twitterina non ha nemmeno preso in considerazione le precedenti parole di Kalanick che, nonostante il manifesto coinvolgimento con l’amministrazione Trump, ha affermato la mattina stessa, che Uber stava già lavorando per ‘prontamente identificare e compensare (aka sborsare cash) i conducenti colpiti dal divieto’, rincarando la dose nel pomeriggio, definendo la decisione del Presidente USA come “sbagliata e ingiusta“. Inoltre i legali di Uber stanno già offrendo il proprio sostegno professionale ai driver dell’azienda ed hanno annunciato che la società sta lavorando alla creazione di un fondo da 3 milioni di dollari per aiutare i propri driver anche “con servizi dedicati per affrontare la burocrazia del processo migratorio e di traduzione.”

ATTENZIONE…

Non siamo qui a dipingere Uber come la migliore azienda del mondo, come la perla della Silicon Valley, come la Stella Polare nell’ambito della Deontologia Lavorativa e non siamo soliti neanche, usando uno stile vicino al Supremo Direttore Mentana, blastare chi sta reagendo al disgustoso ordine esecutivo firmato da Trump. Motivi per schifare il neo eletto presidente americano ce ne sono a palate, motivi per schifare alcuni comportamenti di Uber (problemi di legalità dovuti a leggi infrante in vari paesi, pratiche commerciali poco etiche, surge-pricing, scelta e valutazione dei driver poco approfondita, ecc) ma allo stesso tempo siamo fermi su un punto fondamentale: per BLASTARE qualcuno o qualcosa, bisogna farlo con cognizione di causa, informandosi e non basando i propri pensieri, like e condivisioni su pensieri altrui che spesso si basano su informazioni errate e racchiuse in appena 140 caratteri.

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